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Storie Metal
LA FUGA
| LA FUGA |
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| Scritto da Angelo "Anubi" D'Addio | |
| giovedě 29 settembre 2011 | |
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LA FUGA
- Ma sono tutte uguali! - Come fai a dire che sono tutte uguali, hai ascoltato a malapena dieci secondi di ogni canzone e dici che sono tutte uguali! - Ma si! Fanno tutte la stessa cosa! - La stessa cosa? ma sono brani diversissimi tra loro, cosa significa fanno tutte la stessa cosa? - Si, senti tutto quel rumore, sembra la centrifuga di una lavatrice. Irio la fissava attonito. - Si, l'estate scorsa la lavatrice in bagno si è guastata e faceva quel rumore. Poi dopo due o tre volte - continuò la ragazza ridendo mentre l’espressione di Irio era sempre più smarrita - è iniziata ad uscire della schiuma che ha invaso il bagno e allora l'abbiamo buttata. Ora abbiamo una lavatrice nuova, ma è silenziosissima! Non come la tua musica... Irio, allibito da quei giudizi, ricambiò meccanicamente il sorriso, rimase qualche secondo in silenzio poi le chiese: - perdonami Brigida, ma ascolta prima una canzone per intero e poi dai un giudizio. - No, è impossibile ascoltare una di quelle canzoni per intero! almeno, io non ci riesco... - Vabbè non fa nulla, allora proverò a remixare le canzoni e proportele come farebbe un dj della costiera romagnola con delle hit dance – disse Irio mentre estraeva il cd dal lettore. - Ecco sicuramente mi piacerebbero di più! Però quel nome, Krisis… - Hai ragione, cambierò anche il nome! - ribattè sarcastico fissando la copertina dell'album subito dopo aver riposto il cd nella custodia - lo chiamerò Lavatrice Parade! Ti piace? - È bellissimo! - Rispose Brigida ridendo a crepapelle. - Oppure preferisci Centrifuga Parade? - Centrifuga parade! È ancora meglio. Irio infilò il giubbotto, ripose il cd nella tasca e uscì con la collega. La accompagnò fino alla fermata della metropolitana discutendo sul lavoro del giorno successivo. - Non ci sarai mica rimasto male per quello che ti ho detto della tua musica, vero? Il problema è che io non la capisco, quando la ascolto davvero mi sembrano tanti suoni senza senso – disse la collega prima di congedarsi. - Non preoccuparti! Ci sono abituato, più o meno mi dicono tutti così. La verità è che è un genere complicato, che richiede un'educazione all'ascolto. Subito dopo si accomiatarono. Irio guardò l'orologio prima di avviarsi verso il parcheggio: le otto meno dieci. Doveva affrettarsi. Aveva poco più di un'ora per tornare a casa, cambiarsi, prendere la chitarra e correre in sala prove. Il tragitto in auto fu un’agonia. L’intensità del traffico si unì ai capricci del lettore cd. Ogni trenta o quaranta secondi di ascolto una pausa improvvisa o un loop, che ricordava i vecchi vinili su cui poggiavano le puntine consumate, indisponeva Irio spingendolo dapprima ad imprecare, poi a riversare, istintivamente, violenti colpi carichi di ira sul volante. Spazientito, dopo poco più di venti minuti, decise di spegnere lo stereo. Il resto del tragitto fa scandito dai suoni delle auto, dei motorini e dei clacson. Un sottofondo nel quale si abbandonò al pensiero, divenuto ora inquietante, di dover fare per tutta la vita lo stesso lo stesso tragitto verso casa, lo stesso lavoro, la stessa routine, gli stessi gesti meccanici. Un’eterna ripetizione in cui ciò che si è fatto oggi andrà rifatto domani e poi dopodomani, la settimana prossima e così in un processo senza fine e senza un fine. È vero, si sottrae il weekend e un paio di settimane di ferie l’anno pensò il ragazzo ma non posso vivere solo nelle pause di lavoro. Giunto sotto casa, parcheggiò l’auto in doppia fila. In una mano le chiavi dell’auto, nell’altro il frontalino dell’autoradio che non funzionava più. Rimase alcuni secondi attonito, guardando i pedoni sul marciapiede passargli accanto. Gettò uno sguardo all’orologio dell’auto poi corse a casa. Si cambiò d’abito, preparò un panino che mangiò in pochi minuti e uscì nuovamente con la chitarra. In sala trovò già Alessio che accordava il basso mentre un suo amico, seduto alla batteria, scimmiottava l’headbanging impugnando delle vecchie e lise bacchette. - Lui è Max - disse Alessio. - Finalmente sei venuto a sentirci! - Già, ascoltandovi dal vivo mi farò un’idea decisamente migliore del vostro sound! - Hai già qualche idea? - chiese Irio. - Si, più di una! e vorrei parlarne con voi! - Magari ne discutiamo appena arrivano gli altri due - intervenne Alessio. Giunti in sala gli altri membri, fatte le presentazioni con Max, iniziarono subito a suonare rinviando la discussione dopo l’esecuzione di alcuni brani. Dopo quasi venti minuti di prove e tre canzoni, eseguite in guisa non del tutto impeccabile, i quattro fecero una pausa. Spiegarono a Max che l’idea che volevano trasmettere era di violenza e rabbia. - Allora ragazzi – prese la parola Max – credo che siamo in sintonia. Vi spiego subito le mie idee: la prima è creare un video caratterizzato da scene che si susseguono velocissime, magari in bianco e nero con riprese da angolazioni che cambiano continuamente. Immaginate… Fu interrotto da un tonfo violento contro la saracinesca. Rimasero tutti in silenzio. Il tonfo si ripeté nuovamente con un doppio colpo. - Stanno bussando - proferì Irio indicando la porta. - Chi è che rompe i coglioni - disse Alessio alzando la saracinesca con una mano mentre con l’altra manteneva il basso ancora a tracolla. La pesante lamina si alzò lentamente producendo un rumore di sfregamento metallico. Aperta la saracinesca per un quarto della sua corsa Alessio intravide quattro gambe illuminate dalla fioca luce del lampione antistante la strada. Con un colpo di reni tirò su la saracinesca che si aprì fino ad arrivare poco al di sopra del suo viso. Due vigili lo fissavano con sguardo severo. Il primo più anziano lo guardava fisso negli occhi, il secondo, dopo avergli gettato un rapido sguardo, scrutava con curiosità l’interno della sala. Un silenzioso disagio regnò tra i giovani per alcuni secondi. - Buonasera – ruppe gli indugi il vigile più anziano. - Buonasera – rispose Alessio proponendo un sorriso sornione. - Abbiamo ricevuto una segnalazione per rumori molesti. Credo che questa sera dobbiate interrompere la vostra musica! Ai quattro giovani fu intimato di non riprendere le prove, in compenso non fu inflitta loro alcuna sanzione. - Cazzo è una grande idea! – disse entusiasta Max ai quattro appena fuori la sala. - Quale idea – rispose Alessio - Quella di realizzare un video mentre arriva la Polizia, sai che bello… I quattro ragazzi lo guardarono incerti. Poi Irio prese la parola: - Non credo proprio che funzioni. In realtà, Max, ora abbiamo il problema della sala che è molto più urgente del video, soprattutto in previsione del concerto di dopodomani. È la terza volta che vengono i vigili e mi sembra un messaggio molto chiaro dei vicini che non ci tollerano più! Ringraziarono Max, lo salutarono e rimandarono la discussione relativa del video ad una data successiva al concerto. Dopo mezz’ora, convennero sull’opportunità di spostare le prove prima di andare alla ricerca di una nuova sala poi, amareggiati, andarono via. Appena giunto a casa Irio ripose la chitarra nell’armadio, aprì il frigorifero e rimase attonito a guardare il suo interno. Ho solo birre pensò sabato mattina mi tocca far di nuovo la spesa. Si spogliò, si fece la doccia, indossò il pigiama e decise di riprendere la cena dal punto in cui l’aveva interrotta. Delle verdure precotte e riscaldate in padella, uno yogurt e la solita birra completarono il pasto. Distratto rimase a fare zapping tra i canali televisivi soffermandosi solo sulle pubblicità. Dopo un quarto d’ora di tedio spense il televisore e lavò i piatti canticchiando la strofa di un brano dei Beneath the massacre di cui non rammentava il titolo ma, che da due giorni a quella parte, gli tornava di continuo in mente. Finito di lavare i piatti accese lo stereo. Riascoltò più volte il brano poi rovistò tra le fotocopie alla ricerca del suo spartito. Non lo trovò ma ma volle comunque provare a suonarlo. Malgrado l’ora tarda riprese la chitarra, accese l’amplificatore posizionando la manopola del volume sul minimo e suonò per pochi minuti quando sentì bussare alla parete con colpi decisi e scanditi. - Che giornata di merda! – esclamò - prima lo stereo in auto, poi i vigili in sala e adesso il vicino rompicoglioni. Inserì le cuffie nella presa dell’amplificatore e suonò indisturbato per più di un’ora, nonostante detestasse il suono della chitarra riprodotto in cuffia. Poi si stese sul divano e riaccese la televisione. Riprese a fare zapping guardando distratto le immagini che scorrevano senza trovare alcun programma che destasse il suo interesse. Indisposto, dopo pochi minuti spense il televisione e si mise a letto. Si rivoltò più volte tra le coperte fino a quando fu richiamato dal sapore del tabacco nonostante avesse deciso di bandirlo dalla sua vita. Dopo due giorni che non fumava si alzò e accese una sigaretta celando la sua indulgenza confronti del proprio intento con l’idea, subdola, che il fumo lo avrebbe aiutato a prender sonno. Andò verso la finestra e ne aprì leggermente un battente. Aspirò indugiando su ogni singola boccata prima di espellere il fumo, quasi a gustare quel sapore che, già sapeva, di li a poco, gli avrebbe causato una leggera nausea. Pensò quale potesse essere il luogo per la sala prove e, soprattutto, da dove iniziare le ricerche. Ripercorse con la mente i luoghi che meglio conosceva della provincia: Bresso, Cinisello e poi la parte est di Milano, ma non gli sovvenne nulla. Spenta la sigaretta si rimise a letto. Ricominciò a lungo a rivoltarsi tra le coperte fino a che, vinto dalla stanchezza, si addormentò. Il mattino seguente appena varcato l’uscio di casa si trovò dinanzi il vicino che abitava al piano superiore. - L’ascensore è fermo – disse l’uomo – ci sono i tecnici della manutenzione. - Ok grazie – rispose Irio dopo averlo salutato. Percorse le scale seguendo il suo vicino la cui esuberanza nei movimenti gli conferiva, insieme ad una certa vitalità dello sguardo, un aspetto giovanile che quasi strideva con le profonde rughe che segnavano il suo volto. - È stato confermato lo sciopero? – chiese l’uomo - Purtroppo si! - Rispose Irio - Ma solo per i mezzi di superficie, giusto? - No solo per il metrò. - Accidenti, immagino che traffico troveremo… - Infatti, sarà difficilissimo trovare anche parcheggio! - Dove lavora di bello? - Di bello? – Irio sorrise alludendo con lo sguardo a qualcosa di sgradevole - In Viale Monza. - Verso Loreto? - No, vicino la fermata Turro. - Ah se vuole posso darLe un passaggio, sono di strada. Meditò alcuni secondi. Pensò che per il ritorno avrebbe preso l’autobus e così avrebbe evitato la noiosa ricerca del parcheggio. - La ringrazio, è molto gentile – rispose. Appena saliti in auto l’uomo iniziò ad imprecare contro la sua vecchia Opel che, ad ogni colpo di acceleratore, borbottava un insolito suono di ferraglia. Poi ne lodò le caratteristiche di affidabilità e longevità. - Sono quasi vent’anni che ho questa macchina e non mi ha mai lasciato a piedi! Solo una volta – proseguì distratto l’uomo mentre faceva manovra – ma ero a secco con la benzina. Eh, queste sono macchine tedesche… - Lei, invece dove lavora – chiese Irio temendo che il vicino di casa proseguisse con un monologo sulla sua auto. - In via Frigia, non lontano da dove lavori tu è tra Viale Monza e Via Breda. - E che lavoro fa di bello? - Eh Marco, proprio come te, non faccio nessun lavoro di bello. - Irio - Come ? - Irio, mi chiamo Irio. - Ah già, mi sono confuso con il nipote della signora Antonia. Conosci la signora Antonia che abita al quarto piano? Ha un nipote che si chiama Marco, è proprio un bravo ragazzo, passa tutte le settimane per vedere se la nonna sta bene o le manca qualche cosa. Lo conosci? - Solo di vista, credo di averlo incrociato un paio di volte. - Eh purtroppo… la vecchiaia è così. Tu non sai! quando si è giovani è tutta un’altra cosa. - Immagino – rispose vago Irio, poi riprese - allora stava dicendo, che lavoro fa? - Lavoro nell’ufficio economato e contabilità di una scuola media. - E non le piace? - Non è che non mi piace, è che sono quasi trentacinque anni che faccio il burocrate. Mi sono quasi stancato. Anzi - riprese dopo un breve pausa - in realtà non ce la faccio più, non vedo l’ora di andare in pensione. - La capisco. Le manca molto? - Un paio d’anni. Poi una volta in pensione mi trasferisco in Sicilia, nel paese di mia moglie, e mi metto a fare il pescatore. - Interessante, da burocrate a pescatore! - Ti dico pescatore perché è la prima cosa che mi viene in mente, un’attività vale l’altra. Da quaranta anni che faccio sempre le stesse cose, sempre la stessa routine, sempre la stessa noia, mi sento come un robot che ripete ogni giorno quello per cui è stato costruito. - Le manca la motivazione in poche parole. - La motivazione la devono avere i giovani come te. A me manca la vita che avrò solo quando me ne vado in pensione. Irio voleva esprimere la sua comprensione ma l’uomo continuò a parlare, senza interruzione. Prima i lunghi viaggi in auto, poi le vacanze tra le coste della Sicilia malgrado non ci fosse alcuna relazione con ciò che aveva appena detto. Elencò i luoghi che aveva visto e quelli che avrebbe visitato una volta in pensione, non lesinando dettagli accurati e analitici. Irio, distratto, annuiva con un movimento meccanico del capo mentre pensava, con la stessa angoscia della sera precedente, agli innumerevoli anni di monotonia e di lavoro che attendevano lui. Talmente tanti che la pensione non gli parve un miraggio di liberazione, come al suo vicino, ma come una parola vuota. Erano in via Boiardo quando Irio si accorse di essere ormai arrivato. Il vicino, nel frattempo, stava parlando del costo delle assicurazioni per auto. Irio cercò prima di capire come fosse arrivato a quel punto il soliloquio dell’uomo, ma immediatamente abbandonò l’idea. - Già - rispose distratto alle considerazioni del vicino - mi perdoni se la interrompo ma io scendo qui, il mio ufficio è dall’altra parte della strada. - Eh si, perché le assicurazioni sono come le banche! - proseguiva l’uomo indifferente - vogliamo parlare anche delle banche, se ti prestano i soldi vogliono gli interessi del dieci per cento, quando tu li vai a mettere sul conto ti danno l’uno per cento, e ti sembra normale? - No, infatti ha ragione, ma devo andare - ripeté il ragazzo. L’uomo si interruppe e salutò Irio ringraziandolo per la compagnia. Irio ricambiò con gentilezza e uscì dall’auto. Quel giono il lavoro non gli regalò alcuna sorpresa anzi, fu particolarmente monotono. Tuttavia la discussione con il vicino di casa aveva riacceso in lui un dubbio che, in genere, veniva risvegliato dal tedio e dal disagio e, che quel giorno, divenne quasi un tormento. Meccanicamente riempiva le celle di excel con i dati di vendita, mentre rifletteva sull’asfittica monotonia in cui trascorreva le sue giornate in ufficio. Ho poco da lamentarmi, pensava, è così per tutti gli altri miei colleghi anzi, per alcuni di loro è anche peggio. Lavorano più di me, hanno responsabilità maggiori e comunque non guadagnano un cazzo. Ma riempire continuamente queste celle, verificare che i conteggi siano corretti e archiviare e ordinare ricevute è estenuante come lo è qualunque lavoro continuo e meccanico. Avrei voglia di scappare, di correre per strada come un bambino, di andare a caccia di farfalle o di starmene su una panchina al sole senza pensare a nulla, anzi, vorrei suonare per ore con l’ampli al massimo e poi dormire tutto il pomeriggio. Alle dodici e cinquanta sfiancato dalla meccanicità dei suoi gesti iniziò a sbadigliare. Abbassandosi dinanzi al monitor del pc cercò di celare gli sbadigli agli sguardi indiscreti dei colleghi. Malgrado mancassero dieci minuti prima che potesse uscire per il pranzo non riuscì più a rimanere seduto. Si alzò e andò in bagno, unico luogo dell’ufficio in cui non era sottoposto ad un controllo costante. Si sciacquò il viso con dell’acqua fredda. Un imprevisto moto di piacere percorse dal viso tutto il suo corpo. Si sciacquò altre due volte poi, specchiandosi, rimase a guardare le gocce d’acqua che, lente, scivolavano dalla fronte fin sulle gote. Tra i lunghi capelli scuri un ciuffo arruffato ricadeva su parte del viso conferendogli, insieme alla sottile barba, un aspetto stanco e trasandato. Quasi non si riconosceva. L’immagine di musicista, o alternativo, come i colleghi spesso lo definivano, sparì dietro gli occhi rossi, bruciati dalle ore dinanzi al monitor e all’espressione di terreo pallore che tutto il suo volto emanava. Devo dormire di più! È l’unica cosa che riuscì a pensare dopo essersi asciugato il viso. Alle tredici e un minuto era già in strada. Arrivò dinanzi al bar in viale Monza e fumò una sigaretta in attesa dell’arrivo dei colleghi. Al tavolo fece in modo di sedersi accanto ad Alberto, un collega col quale ebbe da sempre avuto un rapporto piuttosto superficiale. Ordinò un piatto di pasta e una birra alla spina e, nell’attesa che portassero le pietanze al tavolo, approfittò di un momento di silenzio del collega, impegnato a consultare il cellulare, mentre gli altri tre discutevano delle ferie: - Alberto, posso farti una domanda personale? - Dipende, quanto personale? - Riguarda quel periodo difficile dell’anno scorso di cui mi avevi accennato. - Cosa vuoi sapere? - Come hai vissuto il lavoro. Il collega lo guardò incerto, come se attendesse un chiarimento - Intendevo come il lavoro ha inciso sulla tua depressione - proferì Irio. - Perché ti interessa saperlo? - Perché forse ci sto passando anche io - Irio fece una pausa, poi riprese - si, non credo di sentirmi depresso però da alcuni giorni ho una quasi forma di insofferenza verso il lavoro. Forse non proprio verso il lavoro che facciamo quanto verso la sua routine, non so… mi sento a disagio. - Immagino che ti senti annoiato: ore ed ore davanti ad un monitor a fare cose di cui non ti importa un accidenti, cose che non ti riguardano, cose con cui tu non hai nulla a che fare ma che, controvoglia, determinano la tua giornata di lavoro. Irio annuì con un’espressione di sobrio stupore. - Tutte attività incredibilmente noiose, spesso stupide, che non generano alcun vantaggio e alcun benessere né per te né per gli altri. Irio perplesso e silenzioso fissò il proprio collega mentre quest’ultimo seguiva con lo sguardo la cameriera che si avvicinava al tavolo con le ordinazioni. - Ma genera ricchezza per noi – obiettò. - Ricchezza? Se ci rifletti quella che chiami ricchezza è solo il guadagno che ti permette di vivere. Il significato del lavoro, delle otto o nove ore che passi in ufficio a contattare clienti, a fare report, a calcolare vendite ecc è solo nel guadagnare la paga. - Le penne all’arrabbiata? - Chiese la cameriera in prossimità del tavolo. Rimasero tutti in muta attesa. - Irio le hai prese tu! - disse il collega seduto a capotavola. - Si, a me, grazie – rispose destandosi. Servite le pietanze, Irio iniziò a mangiare masticando con lentezza ogni boccone e guardando la vellutata schiuma della birra che lentamente ricadeva nel boccale. - Ti vedo perplesso – disse con gentilezza il collega. - No, tutto ok! - Comunque, capisco quello che stai vivendo. Come sai l’anno scorso ho vissuto un periodo difficile, ma passa, non preoccuparti - continuò il collega sorridendo - se posso darti un consiglio -riprese dopo aver ingoiato il boccone di pasta - cerca qualcosa di interessante al fuori dal lavoro. Io vado in palestra, gioco a tennis e cerco di uscire il più possibile la sera. C’è chi mette su famiglia. La cosa non è per me, ma credo aiuti molto a sopportare ed accettare di buon grado un lavoro che non piace. - Si capisco cosa vuoi dire: cercare fuori dal lavoro, quello che il lavoro non dà. - Si, una forma di realizzazione o, almeno, uno svago. Altrimenti fai la fine della Robertelli. - Perché che problema ha la Robertelli? - Sei a lavoro l’ultima settimana di luglio? chiese un collega dall’altro capo del tavolo rivolgendosi ad Alberto. - No, sono in ferie. Perché me lo chiedi? - Perché quella settimana non rimane nessuno, mi sa che bisogna riorganizzare il piano ferie. - A me hanno approvato le ferie due mesi fa, e poi ho già prenotato per il Messico, quindi le mie ferie non si riorganizzano - rispose Alberto risoluto. - Dicevi di Robertelli – riprese Irio appena il collega terminò il discorso. - Si, la Robertelli è tanto una brava ragazza ma è completamente alienata. - Credo che il suo sia un problema di carattere. - Di sicuro incide, ma non è solo quello. Il suo problema è che è vuota. Fa un lavoro che le dà il voltastomaco, non ha un fidanzato, non ha un hobby e a quarant’anni si trova a vivere ancora con la madre. Noi ci siamo trovati a condividere il lavoro, lo smaltimento delle pratiche nel momento di transizione. È stato un periodo durissimo per me e per lei. Io l’ho superato, in parte perché l’azienda ha cambiato rotta e ha distribuito a quattro persone il lavoro che facevamo solo io e lei, e in parte perché quando esco dall’ufficio mi lascio tutto alle spalle ed evado come posso. Ma lei, si sta rovinando. - Cosa intendi? - Intendo dire che lei avrà anche un carattere timido e schivo ma il lavoro che fa, con i suoi ritmi, la instupidisce e la isola da tutti noi. Irio rimase alcuni secondi a riflettere. Ingoiò una forchettata di pasta che accompagnò con la birra poi riprese sorridendo: - Ma la nostra azienda non si vantava di avere una grande e razionale organizzazione? - Già, ed è vero! Un’organizzazione razionale, in realtà mi sembra solo un modo per nascondere il lavoro stupido, ossessivo e ripetitivo, – rispose il collega – fare tutto il giorno sempre la stessa cosa è una roba che ti sconquassa il cervello! Tu però cerca di non fare cazzate! - Che tipo di cazzate? - Del tipo pensare di licenziarsi. In questo modo non risolvi le cose. - Un altro lavoro si, però! - E se con un altro lavoro ti ritrovi a fare quello che fai, magari con un contratto peggiore o una paga più bassa? Ci sono migliaia di lavori e credo che trovarne uno che realmente piace sia una grande fortuna. Terminato il pranzo Irio tornò in ufficio con i colleghi. Alle sedici si alzò dalla scrivania per andare a fumare una sigaretta sul terrazzo quando incrociò la Bertarelli. La salutò sorridendo, lei furtiva rispose rientrando nel suo ufficio. Irio rimase alcuni secondi immobile nel corridoio cercando di rammentare quale fosse il suo nome, poi gli sovvenne. - Marilena, scusa per il disturbo, posso farti una domanda? - chiese Irio sull’uscio dell’ufficio. La donna accennò lievemente con il capo dopo aver gettato uno sguardo furtivo al collega. - Sai non c’entra direttamente con il lavoro ma… - Non adesso, ora non posso, scusami! – rispose la donna evitando di incrociare lo sguardo. Perplesso Irio uscì sul terrazzo a fumare rimuginando sulla reazione della collega. Pensò, poi, alle parole di Alberto. Non gli furono di conforto ma le considerò estremamente intelligenti. Alle diciannove e trenta, come tutti i pomeriggi, trovò Brigida che lo attendeva, sorridente, all’uscita. - A te il lavoro piace? – le chiese Irio appena furono in strada. - Perché me lo chiedi? - Vorrei sapere come vivi il lavoro. - Ma, tutto sommato si, qualche volta mi annoio ma basta che metto le cuffie e ascolto della musica. - E a te? - Lascia perdere! - Ma dai che fai un bel lavoro. - No so se faccio un bel lavoro, come dici tu, ma so che è noioso e ripetitivo. - Quindi il tuo bel lavoro è brutto? – disse la collega sorridendo. - Il mio bel lavoro è solo un fenomeno linguistico! - rispose Irio ricambiando il sorriso - a proposito - proseguì - domani sera suoniamo al WMS, dai cerca di fare un salto così, almeno dal vivo, sarai costretta ad ascoltare le mie canzoni. - Mmm, non so se riesco ad ascoltare per intero un concerto metal! - Magari ascolti solo qualche canzone, poi vai via quando sale sul palco l’altro gruppo. - Ok allora ti prometto che ci sarò solo se viene anche Gianluca, non mi va di stare sola. Convinci lui. - Va bene! - rispose Irio - gli manderò un sms. Proseguirono verso il parcheggio. Il marciapiede affollato in alcuni punti non consentiva che camminassero l’uno di fianco all’altra. Fecero un lungo tratto in silenzio impegnati a districarsi tra madri con passeggini, bambini che correvano furtivi e professionisti con cellulare alla mano. Giunsero nei pressi dell’ingresso del parcheggio sotterraneo dove il marciapiede si allargava per confluire in Viale Monza. Perplessa, Brigida, chiese guardando l’immensa fila di auto che percorreva il viale in entrambe le direzioni: - Da quasi due anni che ci conosciamo ed è la prima volta che a lavoro ti vedo giù di morale, poi mi chiedi se ti piace il lavoro che facciamo rivelandomi che a te non piace e, come mi sembra di capire, che ne sei anche stufo. Se devo essere sincera – riprese la ragazza guardandolo negli occhi – nemmeno a me piace, però, sai che questo è un periodo durissimo, è difficile trovare o cambiare lavoro. Se hai voglia di lasciare l’azienda pensaci bene. Sai quanti cv ci arrivano ogni settimana? Decine! Il nostro lavoro è facile e per questo è accessibile a tanta gente. Se lo lasci, la società non si fa tanti problemi, per loro basta mettere un annuncio e si fanno avanti in mille. - Si, lo so. Non è mia intenzione lasciare il lavoro, è solo un periodo in cui sono po’ giù, non preoccuparti. - Passerà? - Passerà! La ragazza si congedò con un lungo sorriso poi scese a passo veloce le scale verso del parcheggio. Irio seguì con lo sguardo la collega fino a quando si perse tra i corridoi, poi si avviò verso la fermata dell’autobus. Dopo pochi minuti arrivò un sms da Alessio: Prove confermate al Bunker studios. Ore 9-11. Non fare tardi! Rispose all’sms con un semplice ok poi, poi scrisse il messaggio per il collega quando vide giungere l’autobus. Una volta a casa si cambiò d’abito, mangiò un panino, prese la chitarra ed uscì. Appena fuori al portone, vide la sua auto parcheggiata con un foglio sul parabrezza che si agitava al vento. - Sarà un volantino pubblicitario o una multa? - Si chiese. Ma a pochi metri dall’auto i suoi timori ricevettero un’amara conferma: un foglietto appena leggibile che riportava una sanzione di trentotto euro con un bollettino per il pagamento in allegato. Appoggiò al chitarra docilmente a terra, guardò la multa e poi si abbandonò, sottovoce, ad una pletora di imprecazioni espresse con rabbioso fervore. - Hanno fatto la multa anche a mia figlia! Si sentì dire da un anziano che, di passaggio, aveva assistito alla scena. - Ma le sembra normale che parcheggiano in maniera selvaggia sui marciapiedi e non multano mai nessuno poi se lascio io la macchina, dove non dà fastidio a nessuno, mi fanno la multa? - si lamentò rivolgendosi all’anziano. - Un po’ di pazienza! - disse l’uomo scrollando le spalle. Salì furioso in auto, mise in moto e partì. Dopo pochi metri si accorse di aver dimenticato la chitarra in strada. Fece un’inversione di marcia improvvisa. Un automobilista dall’altra direzione inveì gesticolando e suonando con ferocia il clacson. Tornò dove aveva parcheggiato l’auto, trovò la chitarra appoggiata a terra mentre un ragazzino la squadrava con aria incuriosita. La prese, la mise in auto e si avviò spedito alle prove. La mattina successiva appena giunto a lavoro andò direttamente nell’ufficio del collega. - Allora Gianluca vieni questa sera? - Dove? - Rispose il collega assonnato con lo sguardo rivolto verso il monitor. - Al concerto, suono al WMS. Ti ho mandato un sms ieri, non l’hai letto? - Ah già, scusa, non ti ho risposto. Non credo di venire, sai il tuo genere non è nelle mie corde. - Ma dai! È un’esperienza che devi provare, almeno una vola nella vita deve assistere ad un concerto metal! - Ma suonate a volumi molto alti? - Assolutamente no! – ribattè sorridendo. Dopo dieci minuti Irio riuscì a strappare al collega una promessa. Sarebbe andato al concerto ma avrebbe assistito solo alla sua esibizione. Soddisfatto andò nel suo ufficio e iniziò a lavorare. Alle dodici in punto Irio chiamò Alberto e si accordò con lui e un altro collega per il pranzo. Alle tredici era già sul piazzale antistante l’entrata dell’ufficio a fumare in attesa dei due colleghi. - Allora come va oggi - chiese Alberto incamminandosi verso la trattoria. - Un po’ meglio. Ho pensato a quello che ci siamo detti ieri… - E allora? - Allora ho capito cosa mi darà la forza di sopportare il tedio del lavoro. - Alberto lo guardò negli occhi accennando col capo ad una risposta. - L’ippica! – esclamò con serietà Irio. - L’ippica? - grugnì Alberto - Bello, scommetti su i cavalli! – intervenne ridendo l’altro collega. - Ovviamente stavo scherzando. Intendo la musica. - Beh la musica, come l’arte in genere deve essere una fuga bellissima per chi si sente oppresso dal lavoro. Credo anche che renda la vita più piacevole. - Una fuga? non capisco? - chiese l’altro collega. - Mi riferisco a ciò che ci siamo detti io e lui ieri a pranzo – rispose Alberto indicando Irio. Si interuppe per alcuni secondi poi riprese rivolgendosi a quest’ultimo - tu suoni giusto? - Si, la chitarra. - Bene continua a suonare e magari un giorno puoi mirare a fare della musica il tuo lavoro. - Sarebbe bello! Ma è già difficile trovare lavoro come impiegato, figurati come musicista… ci sono già tante persone che suonano e hanno l’ambizione di fare della musica la propria professione senza riuscirci. Io almeno, un lavoro ce l’ho, aumentare il gruppo dei musicisti disperati non mi sembra il caso. - Non posso darti torto! - Si, ma vale la pena provarci, o mi sbaglio? – chiese l’altro collega. - Non saprei – rispose Irio corrucciando la fronte - quando suono faccio qualcosa che mi a appartiene, che sento profondamente mio, qualcosa che non mi è imposto da nessuno e per questo mi sento profondamente libero. Non vorrei che poi la musica diventasse una costrizione come il lavoro. - Invece che occuparti di fatture in un ufficio ti occuperesti di spartiti e brani pop! – proferì Alberto sorridendo. Lentamente giunsero in trattoria. Ordinarono da mangiare e progressivamente il discorso prese una piega ilare riversandosi sulle abitudini più divertenti dei colleghi. Terminato il pranzo, a margine di una discussione sulle vacanze, Alberto disse: - A me piacerebbe visitare il sud America, magari un mese o anche più in giro per il continente. Ma con la paghetta che prendiamo credo che non potrò mai farlo. - Puoi compensare con un paio di settimane nel mediterraneo - rispose Irio. - Non è esattamente la stessa cosa. In realtà quello che realmente mi interessa è starmene lontano dal lavoro un mese, due, o magari tutta l’estate. - Ti ricordo che abbiamo quindici giorni di ferie l’anno – ribattè Irio. - Già! Che lavoro di merda! - Alberto non sputare nel piatto in cui mangi! Forse nemmeno le maestre elementari hanno tutta l’estate di ferie! – intervenne il collega – sai quanti ragazzi arrivano in azienda e lasciano il curriculum disposti a fare qualunque cosa per quello che hai tu? - Lo so Marco! – rispose Alberto mentre contava i soldi per pagare il pranzo - però non credere che per me sia facile buttare giù bocconi amari, chiudersi per otto e più ore, dal mattino fino alla sera, in un ufficio in cui mi sento opprimere, senza stimoli, senza una via d’uscita. Dovrei sentirmi in colpa per quello che ti dico, ma desiderare di passare tutta l’estate in giro per il sud America è uno sfogo. Anzi - riprese dopo una breve pausa - un desiderio represso. I tre colleghi rimasero in silenzio per pochi secondi, un brusio indistinto proveniva dalla sala della trattoria. - È ora di ritornare in ufficio - esclamò Alberto alzandosi. Subito fu seguito dagli altri due. Nel percorso verso l’ufficio Irio provò ad invitare i due colleghi al concerto di quella sera. Nonostante fosse stato molto vago, aveva lasciato intuire il genere che suonava e non riuscì a strappare nemmeno una vaga promessa vedendosi addurre, da entrambi, impegni precedenti. Terminata la giornata di lavoro Irio andò via da solo. La collega era uscita in anticipo e, malgrado non avesse alcuna relazione con il suo concerto, la sua assenza lo convinse che non sarebbe venuta quella sera. È un genere che quasi nessuno riesce a digerire pensò tra sé mentre camminava verso il parcheggio forse dovrei smetterla di invitare continuamente persone che non hanno interesse per questo tipo di musica. Propongo un genere che interessa ad una nicchia di persone, così poche che non riesce nemmeno a diventare nemmeno una merce. Quello che suono è per tutti un frastuono inascoltabile, qualcosa di disumano. Invece lavorare tutta il giorno per mille euro al mese è umano, oppure lo è rimanere disoccupato per anni in attesa di un lavoro che se arriva non c’entra nulla con quello che hai studiato, che scade, che è flessibile, che ti lasciano a casa dopo tre mesi. Ma almeno io faccio quello che realmente i piace fare, la mia musica è vera, autentica, non come quella roba che passa in radio o in tv. Giunto al parcheggio Irio entrò in auto, mise in moto e, districandosi tra il traffico feroce e l’autoradio che, con caparbietà, cercava di far funzionare, ricominciò a pensare alla musica e a ciò che sarebbe stata per lui negli anni avvenire. La immaginò come l’oblio di una vita piatta e uggiosa. Una vita occupata, come per un recluso, per due terzi dal lavoro e da un terzo dal ristoro per il lavoro stesso. Rimanevano gli scampoli di tempo, le briciole della propria giornata. Si rivide nell’anziano vicino di casa, nelle sue parole, nella sua voglia di cambiare vita. Sentì aleggiare il sospetto di una mediocrità che fagocitava tutta la sua vita. Si rimproverava di non aver concluso gli studi universitari, di non esser riuscito a trovare un lavoro più adeguato o di non aver portato avanti con serietà la sua passione per la musica. Rimproveri che immaginava avrebbe visto riproporsi, con insistenza, negli anni avvenire. Giunto dinanzi al portone girovagò innumerevoli volte con l’auto prima di trovare un parcheggio. A casa si cambiò d’abito poi aprì il frigorifero: mangerò qualcosa al locale pensò richiudendone lo sportello. Prese la chitarra e uscì di casa. Il concerto fu una soddisfazione per Irio e il suo gruppo: avevano suonato egregiamente, il locale era pieno e, mentre smontavano rapidamente la strumentazione per lasciare spazio alla band successiva, intravide nel fondo del locale una ragazza che saltellava agitando le braccia per farsi vedere. Era Brigida, accompagnata Gianluca. - Siete venuti allora, io non ci speravo più! - disse Irio dopo averli raggiunti. - Ti abbiamo stupito – rispose la collega. - Vi sono piaciute le canzoni? I due colleghi si guardarono negli occhi ridendo. - Bellissime! – esclamò Brigida. - Si è vero stupende! – ribadì il collega. - Mi state prendendo per il culo! – esclamò Irio mentre i due continuavano a ridere scambiandosi furtive occhiate di intesa. Nel frattempo il gruppo successivo era già sul palco. Irio prese tre birre per sé e i colleghi e uscì dal locale. Rimasero in piedi, nel giardino che divideva la strada dall’ingresso del locale, accanto ad un grande tiglio piantato nel centro. - Ma il vostro batterista è bravissimo, sembra che suonino in due, come fa a fare tutti quei suoni? – chiese il collega. - Ma no! ha una macchinetta, non può suonare così veloce – fece eco Brigida. - No ragazzi! - obiettò Irio - il batterista è uno e non usa nessuna macchinetta. È bravo di suo! Piuttosto - riprese dopo aver acceso una sigaretta e aver tirato la prima profonda boccata – cosa ne pensate delle canzoni. Siate sinceri. Veramente - rispose Brigida - abbiamo ascoltato due minuti della prima canzone e altri trenta o quaranta secondi di un’altra, forse la terza o la quarta, poi siamo stati tutto il tempo qui fuori. - Per fortuna non piove - aggiunse Gianluca - E non fa nemmeno freddo! Sai - riprese la ragazza dopo una breve pausa - per noi la tua musica è indecifrabile, però il locale è bello, non ci eravamo mai stati! Irio rimase alcuni secondi perplesso, scrutando il fumo della sigaretta portato via dal vento mentre Brigida e Gianluca lo guardavano, lei sorridendo, lui come se stesse attendendo una risposta. Irio aspirò di nuovo dalla sua sigaretta, espulse il fumo e guardò la nuvola grigia sparire nell’aria fresca e mite della primavera. Ripose lo sguardo sui colleghi. Gli ispirarono una stana tenerezza: dopotutto la loro presenza lo aveva reso felice. Sorrise loro con affetto poi il suo pensiero ritornò al vicino di casa che, stanco, si trascinava negli anni con il suo lavoro. |
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