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Risponde all'intervista:
Peppe.
Salve volete
presentarvi ai lettori di Metal Zone? Chi sono e come nascono i Winter
of Life?
Salve, penso che, come tanti, noi siamo nati come un gruppo di amici con
una grande voglia di esprimersi suonando. Il gruppo è praticamente nato
nel 2000 dall’esigenza che provavo di musicare dei miei testi, piuttosto
che suonare per altri. Ma dall’incontro con Alessandro Martinelli
(nostro ex chitarrista) abbiamo capito che era questo il progetto da
portare avanti. Diciamo che per buona metà dell’esistenza del gruppo
tutto si è retto sulla nostra amicizia, anche perché solo nel 2002
abbiamo cominciato ad avere un nucleo stabile con il quale abbiamo
sviluppato, se si può dire, il nostro “stile”, inserendo un tastierista
e cominciando a comporre con le voci pulite e growl e abbandonando il
“giro” dei licei. Da allora, nonostante vari avvicendamenti alla voce,
siamo riusciti a comporre i brani che formano Parentheses. Purtroppo
subito dopo la registrazione, Alessandro ha preferito suonare con i
nostri amici Endorphine, lasciando però un gruppo oramai compatto
musicalmente e non…infatti anche se dolorosamente, siamo riusciti a
ricostruire un collettivo molto affiatato, sia dentro che fuori il palco
e la sala. Tanto è vero che il nostro nuovo cantante (e anche primo,
dopo una parentesi nei, secondo me, validissimi e purtroppo defunti
Funereum) è da sempre uno dei miei migliori amici.
Come è stato accolto il
vostro ultimo lavoro “Parentheses” dalla stampa specializzata e dalle
webzine?
Nonostante ci siamo mossi tardi nella presentazione della demo, a causa
della “dipartita” di Alessandro, abbiamo avuto davvero delle buone se
non buonissime recensioni, soprattutto pensando che si tratta di una
prima demo,registrata quando ancora pochi di noi raggiungevano la
maggiore età. La cosa che più mi ha lusingato, personalmente, è che,
quasi la totalità delle recensioni ci riconosce una certa personalità e
al di fuori dei difetti di produzione la cosa che più ha fatto discutere
è quella che penso sia la caratteristica principale dei nostri pezzi: la
complessità delle strutture dei brani… c’è chi l’ha ritenuta un qualcosa
di personale e l’ha esaltata in maniera a volte anche un po’altisonante
(che fa sempre piacere) e chi invece (e penso sia stato in leggera
minoranza) l’ha trovato un modo poco leggibile, soprattutto per un
gruppo che fa della melodia il suo centro, apprezzando tuttavia il
lavoro. Penso che in ogni caso sia un dibattere molto lusinghiero perché
vuol dire che a parte la tecnica il “concept” ha fatto discutere…nel
nostro piccolo.
A distanza di quasi due anni
dall’uscita dell’album, ne siete soddisfatti o c’è qualcosa che non vi
ha soddisfatto appieno? In pratica suona come volevate?
Sicuramente la prima cosa che mi viene in mente è la produzione; si
tratta certamente di una demo, e in fondo il nostro obbiettivo era il
cercare di mostrare una certa leggibilità nonostante i parecchi intrecci
strumentale, ed essendo stato il nostro primo lavoro in studio, abbiamo
imparato che molti meccanismi vanno oliati prima di andare in sala
d’incisione. Pensiamo infatti, per la prossima demo, di effettuare una
pre-produzione “casereccia” e magari affidarci a qualche studio con
mezzi più consistenti, dove però poter registrare con sicurezza e
celerità. Dobbiamo ringraziare Maddalena Bellini del Jumping Spider
Studio per la calma, l’amicizia e l’affetto che ci ha consentito di
portare avanti la registrazione per quasi 2 mesi, e nonostante sia stato
importantissimo per noi non vorremmo ripetere l’esperienza… Altro punto
importante è che, vedendola a posteriori, nonostante penso sia un premio
meritato per Ale il fatto di suonare e cantare su quei pezzi che erano
tanto nostri quanto suoi, di certo ci ha in qualche modo danneggiato
presentarci a case discografiche e webzine con un lavoro non suonato
dalla line-up attuale. In più ci ha dato molta voglia di metterci in
gioco con qualcosa di nuovo…nonostante poi non siamo mai stati tanto
compatti e non abbiamo mai effettuato tanti live (pare apprezzati)
quanto facciamo ora.
Ci raccontate la nascite di
un vostro brano, è un lavoro di squadra o ognuno butta giù in idea e in
sala prove ci lavorate sopra?
Abbiamo sempre sperimentato modi diversi di composizione, solitamente è
sempre il collettivo a lavorare, naturalmente se nei primi pezzi eravamo
io ed Alessandro a buttare giù la maggior parte dei riff, ora ognuno a
modo suo contribuisce. Sono molto felice del fatto che spesso ci
scopriamo tutti uniti anche seguendo o improvvisando e limando strutture
quasi mai lineari, è una sorta di equilibrio nel nostro disequilibrio,eheh…
Dal vostro sito si legge che
sono già pronti i brani per il vostro prossimo lavoro dal titolo
provvisorio “Mother madness” che dovreste registrare entro fine anno,
volete parlarcene, sarà sempre sulla linea musicale del precedente?
Già Parentheses era, anche se in senso lato, una sorta di concept,
Mother Madness forse avrà un’aggregazione maggiore tra i pezzi, anche se
in fondo non si tratterà di una storia “da romanzo”, ma sempre qualcosa
di collegato tematicamente o come percorso. Musicalmente penso che
abbiamo estremizzato ancor di più tutte le caratteristiche del
precedente lavoro. Le parti pesanti suonano più pesanti, le melodie sono
sempre l’ingrediente principale e pure nei growl proviamo a dare un
senso “melodico” o “tematico”. Ci saranno pezzi più semplici, ma
mediamente saranno sempre vari e, spero, imprevedibili. Sicuramente
penso che il lavoro si avvicini molto più a un qualcosa di progressivo e
sempre meno a qualcosa di gotico…soprattutto per ciò che riguarda le
voci e le melodie: più articolate, anche ritmicamente. Non per nulla ora
siamo in quattro a cantare, eheh.
Che cosa vi ispira nella
stesura dei vostri testi? La vita di tutti i giorni, i giornali o che
cosa?
Da quando è nato il gruppo, l’unica limitazione che ho sempre imposto
agli altri, anche vergognandomene un po’a dir la verità, è stata la
necessità di scrivere io i testi. Ho sempre dato una grande importanza
alla cosa e l’ho sempre considerato un necessario mezzo di comunicazione
per me… anche la scelta dell’inglese, oltre ad essere quasi una
necessità, mi ha dato la possibilità di unire musiche e testi ma di
poterli vivere prima in momenti separati e poi, magari, amalgamarli. So
che questo alla fine è un bisogno mio, perché probabilmente si
soffermerà solo una piccola percentuale degli ascoltatori nella lettura.
Da questo penso si capisca che si tratta sempre di qualcosa di
personale: è una sorta di messaggio, a volte pure simile che cerca nel
tempo di arrivare a una perfezione che non raggiungerà mai. D’altro
canto non mi precludo niente, magari in un momento più calmo della mia
vita potrei scrivere altro e probabilmente anche gli altri potrebbero
dire la loro. Siamo tutte persone con qualcosa da dire, e chi più chi
meno anche con posizioni e interessi politici e sociali, che in fondo
trapelano sempre.
Quali gruppi ascoltate e c’è
ne qualcuno che vi ha maggiormente influenzato?
Beh, è un po’difficile rispondere a questa domanda… per due motivi, il
primo è che siamo 6 persone molto differenti in quanto a interessi
musicali, il secondo è che nessuno di noi è propriamente un “metallaro”,
molti con un background musicale anche completamente diverso.
Personalmente potrei trovare qualche denominatore comune in gruppi come
Anathema, Pain of Salvation e altri…ma poi alcune influenze sono state
legate a periodi, sicuramente all’inizio seguivamo molto i Sentenced.
C’è fra noi anche chi ascolta solo musica molto meno pesante di quella
che suoniamo, nonostante poi ci venga di far questo con passione. Io
personalmente mi sto progressivamente discostando dal metal, portando
poi anche nel gruppo un approccio più alternative alla composizione,
così come Elia cerca personalità nei cantati anche molto discostanti dal
genere in quanto tale. In fondo siamo ancora giovani e con una
formazione musicale in cambiamento costante, l’importante, penso, sia
sempre aver voglia di ascoltare e non precludersi nulla.
Come giudicate la scena
musicale underground della vostra regione e quella italiana in generale?
Mi risulta complicato parlare di scena regionale, un po’ perché ci siamo
quasi sempre mossi al di fuori di una vera e propria scena, ma
soprattutto perché qui, a Napoli, è come se esistessero tante scene
frammentate in cui ognuno ignora quasi l’operato altrui. Naturalmente di
gruppi ne abbiamo conosciuti e ne conosciamo ma, tranne poche eccezioni,
la maggior parte non esce dal circuito cittadino o regionale…anche a
discapito di maggiore o minore validità. Noi personalmente abbiamo
suonato in giro solo grazie al nostro lavoro nella ricerca di promozione
e contatti, chi si muove meno, a questi livelli, è tagliato fuori. Pare
poi che esista uno spazio di sopravvivenza nell’underground italiano a
lungo termine quasi esclusivamente per gruppi che suonino in un
determinato modo, a mio parere nell’ambiente underground è il manierismo
che paga, chi ha qualcosa da proporre di diverso deve darsi alla
disperata ricerca di un contratto o di molti contatti.
I Winter of Life e le case
discografiche: qualcuno disposto ad ascoltarvi o solo porte chiuse?
Come dicevo prima penso che un po’ per inesperienza, un po’ per il
cambio di line-up, ci siamo mossi tardi e abbiamo promosso un prodotto
che non fotografa al 100 % la situazione attuale. Abbiamo avuto pochi
contatti anche perché abbiamo spedito a poche case discografiche la
nostra demo. Qualcuna ha mostrato anche interesse, ma immagino che sia
necessario dare prova di longevità e stabilità. Per questo non vediamo
l’ora di dare la luce al nuovo cd.
I Winter of Life e la
tecnologia: favorevoli o contrari al file sharing di brani musicali in
mp3?
Personalmente, come gruppo emergente e come ascoltatori in un mondo di
infiniti generi, sottogeneri, gruppi e progetti diversi, troviamo che il
file sharing sia una grande opportunità per farsi conoscere e per
conoscere. Ad esempio ora che sto ampliando di molto la mia conoscenza
musicale, sto anche trovando sempre con più difficoltà gruppi che mi
soddisfino pienamente, penso che senza il file sharing non avrei mai
conosciuto band come i Dredg che purtroppo qui in Italia sono un
prodotto di importazione. Certamente credo che chi, poi, è in grado di
fornire un prodotto davvero valido, venga sicuramente premiato con
l’acquisto del cd…è pure una questione di concorrenza. Certo l’acquisto
è importante anche perché penso che ognuno vorrebbe vivere di musica, o
anche solo poter andare avanti.
I Winter of Life e i
concerti: come vi trovate nella dimensione live?
Sicuramente è stata e continua ad essere una grande palestra per noi, i
live ci hanno dato l’opportunità di correggere errori e di sperimentare
soluzioni nuove, ci hanno posto di fronte la necessità di migliorare la
strumentazione e il rapporto con gli altri. Eravamo davvero sperduti
nella nostra seconda serata a suonare di spalla ai Novembre davanti a
500 persone, ora, anche se con pubblico molto più ridotto, abbiamo più
padronanza del palco. In più suonare in posti nuovi e vivere la reazione
degli altri con cui suoniamo o “a cui le suoniamo” è sempre emozionante.
E passare dalla propria città alla propria regione e ad altre città,
fino ad arrivare alla nostra, speriamo per ora, unica data estera in
Slovenia è sicuramente un qualcosa che riempie di gioia e che ci ha
donato un’affinità tra noi mai provata. Eheh…e poi magari ci
pubblicizziamo un po’: noi ci muoviamo dappertutto anche solo con il
rimborso spese…(pure gettati nei carghi bestiame)…insomma: Winter of
Life: accattatevillo!
Perché Winter of Life? E
perché una copertina che rappresenta un particolare di un volto di donna
con l’occhio in primo piano?
Winter of Life è stato il nome che ci siamo dati per la nostra prima
esibizione in liceo, era il nome che mi frullava in testa per un pezzo
che non avevamo ancora ultimato. Poi, però, penso che abbia in un certo
modo anche racchiuso un po’ dello spirito del momento del gruppo…forse
in un modo un po’ingenuo, ma anche semplice. Per la cover avevamo in
mente di fare qualcosa di legato al contenuto del cd. Diciamo che
parlando prevalentemente d’amore il volto della donna e l’occhio, che a
mio parere è spesso uno specchio del resto, avevano un significato. In
una prima stesura il volto doveva essere ripetuto due volte, una prima
ghiacciato e con l’occhio di colore caldo e la seconda col volto fatto
di foglie morte e l’occhio ghiacciato, un po’ per racchiudere il
contrasto tra il freddo del nome del gruppo e il calore della musica.
Poi abbiamo optato per un viso nella tela (anche se non molti l’avranno
notato) seguendo il testo del pezzo: “For The Person I’ll Become”.
Progetti per il futuro,
oltre il nuovo lavoro?
Beh spero che la nostra attività live si incrementi…magari anche
condividere il palco con qualche gruppo più famoso sarebbe bello, anche
perché forse nell’occasione coi Novembre eravamo ancora acerbi ed è
capitata probabilmente nel nostro momento più buio. Poi penso che, come
tuttora facciamo, cercheremo contatti e contratti,eheh… Principalmente,
però, riuscire a provare sempre qualcosa nella composizione ed
esecuzione di pezzi e testi.
Siamo in conclusione
dell’intervista, intanto vi ringrazio per la disponibilità e lascio la
parola a voi, potete dire tutto quello che volete.
Prima di tutto grazie a voi per l’intervista, e grazie a chi sarà
riuscito a leggere tutto lo sproloquio di cui sopra… spero qualcuno si
incuriosisca e vada a scaricare i nostri pezzi, che si trovano sul sito:
www.winteroflife.com o magari si voglia far spedire la demo, noi siamo a
disposizione.
Poi il mio laitmotif: ascoltate la musica col cuore, e non vedendo la
data di immissione sul mercato. Grazie ancora.
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